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Itinerari Altopiano dei 7 Comuni
1. DA PORTA MANAZZO A CIMA MANDERIOLO
un rapido affacciarsi sulla Valsugana


Durata: 3-4 ore;
Tappe del percorso: Bivio Malga Porta Manazzo (1755 m), Porta Manazzo (1795 m), Cima Manderiolo (2049 m), Fondi di Campo Manderiolo, Bivio Porta Manazzo;
Dislivello: 300 m;
Difficoltà: nessuna;
Come arrivare alla partenza: da Asiago si va a Camporovere e si prosegue verso Trento (Valdassa) per 10 km circa: al Bivio per Cima Larici si devia a destra e si sale a tornanti per 8 km circa fino al bivio con la Malga di Porta Manazzo, dove si parcheggia.
Periodo consigliato: da giugno a settembre;
Cartografia consigliata: Sentieri, Altopiano dei Sette Comuni (1:25.000), Sezioni Vicentine del CAI, 2004.

Si prende subito di petto il pendio di fronte all’ingresso della malga e in breve si raggiunge Porta Manazzo, il valico che scavalca la linea di cresta sopra la sottostante Valsugana. Si prosegue a sinistra verso Cima Manderiolo, costeggiando un profondo trincerone occupato da alte erbe rigogliose (tra cui gambirossi e adenostili, “il cavolaccio verde”) ed entrando poi in boschi diradati con abeti, larici, ginepri nani, rododendri e altre specie alpine.

Al di là del ciglio estremo dell’Altopiano si scorge in basso la Val di Sella e i versanti della catena dell’Armentera. Il sentiero non corre sempre in cresta, ma s’abbassa a momenti nei pascoli e, alla biforcazione di quota 1900 m con il sentiero che arriva dal basso attraverso i Fondi di Campo Manderiolo, riprende ad avvicinarsi sempre più decisamente alla Cima omonima.

Dopo aver superato la croce di ferro (2030 m) e l’innesto con il bivio per Cima Vezzena, si raggiunge, sulla destra appena, la vetta posta a 2049 metri, in piena vista dei laghi di Levico e di Caldonazzo (divisi tra loro dal lungo promontorio di Tenna).br>

Da quassù lo sguardo può spaziare ben oltre la Valsugana: dai vicini Lagorai ai lontani ghiacciai delle Alpi, alle scultoree Dolomiti... A oriente si staglia l’inconfondibile profilo del Portule e, a occidente, quello piramidale di Cima Vezzena.

Si ritorna alla biforcazione a 1900 m e si scende a destra nei pascoli di Campo Manderiolo – pacifica conca con la pozza d’alpeggio e tane di marmotte – e seguendo la mulattiera, tra abeti, larici e cespi di ontano verde, si sopraggiunge alla carrareccia Manazzo – Vezzena. Si prosegue a sinistra fino al posteggio.


2. DALLA VAL GALMARARA A CAMPO GALLINA PASSANDO PER BIVIO ITALIA
ai piedi dei Duemila, tra il silenzio e il ricordo


Durata: 6-8 ore.
Tappe del percorso: Bivio Malga di Galmarara (1614 m), Bivio Tre Fontane, Bivio Italia (1987 m), Quota 2055 m, Campo Gallina (1891 m), Monumenti, Selletta di Dubiello, Busa del Molton, Malga di Galmarara, Bivio;
Dislivello: 441 m circa.
Difficoltà: impegnativo il primo tratto.
Come arrivare alla partenza: da Asiago si va a Camporovere, si prosegue sulla Valdassa per 4,5 km circa e si monta sulla deviazione di destra per la Val Galmarara fino al Bivio Malga di Galmarara, dove si posteggia.
Periodo consigliato: da luglio ad agosto.
Cartografia consigliata: Sentieri, Altopiano dei Sette Comuni (1:25.000), Sezioni Vicentine del CAI, 2004.

Dal Bivio Malga di Galmarara (1614 m) ci s’incammina diretti a nord passando sotto ai bastioni verticali dello Zingarella, in vista del Corno di Campo Bianco e della Cima dell’Arsenale. Saliamo a tornanti tra mughi, larici e salici. A quota 1800 m circa la strada sfocia nella Busa della Pesa, ampio pianoro rettangolare. Seguiamo il perimetro dell’invaso e quindi il lungo rettilineo della Costa di Campo Bianco.

All’altezza del Rifugio Tre Fontane ecco rivelarsi, coerente e maestosa, la catena estrema dell’Altopiano con la “piramide” della Cima Dodici, il principale punto di riferimento (2336 m). Proseguiamo sotto la scogliera del Corno traforata di gallerie belliche e continuiamo a salire per un’interminabile serie di curve, fiancheggiando delle doline (con inghiottitoi) e riuscendo a vedere, a ovest, Bocchetta Kempel, punto d’intervallo tra la vetta del Portule e quella opposta del Trentin.

Quand’è ben visibile il Bivacco dei Pastori raggiungiamo il Bivio Italia alla considerevole quota di 1987 m, proprio in piena vista della Catena dei Duemila che chiude a nord l’Altopiano e la zona alta in particolare e dove signoreggia la Cima Dodici con i suoi 2336 metri di quota. Seguiamo poi la carrareccia di sinistra che curva subito dopo la Busa della neve. Tutta l’area è solcata da un reticolo di mulattiere, trinceramenti, muretti a secco, gallerie e strade militari secondarie. Saliamo a serpentina e a tornanti verso quota 2055 m, “finestra” quanto mai felice sulla zona alta. Poco prima del colmo v’è la lapide commemorativa del generale austriaco Mecenseffy.

Scendiamo rivedendo a sud la punta del Corno di Campoverde e del Motti (seguiti in linea dalla massiccia mole del Colombarone). Alla nostra destra, scorci di paesaggio carsico con doline e campi solcati esemplari. Gallerie belliche frequenti. A quota 2018 m, la Busa del Can, proprio sul ciglio stradale. Fiancheggiamo il Colombarone fino a sopraggiungere alla grande conca di Campo Gallina, profondamente segnata non solo dagli eventi geologici ma anche, chiaramente, da quelli bellici.
Era il centro delle retrovie austro-ungariche, il comando cioè della VI divisione di fanteria,” una vera e propria città caserma”. Sulla destra, sopra il primo tornante, ecco il solenne monumento al Mecenseffy che fu colpito a morte da una scheggia di granata. Più giù vediamo la stazione della funicolare, la cisterna e, quasi di fronte, il monumento ai caduti che anticipa l’ex cimitero di guerra. La sede del comando era al riparo dei Costoni del Colombarone.

Proseguiamo accanto a resti di ricoveri e alle gallerie del deposito munizioni austriaco, superiamo una mulattiera sulla destra (che porta a Bocchetta Kempel) e raggiungiamo il Bivio di Campo Gallina con il monumento all’Arciduca Eugenio e l’ex cimitero austriaco. Ci teniamo sulla sinistra (a destra, con la Erzherzog Eugen Strasse, si sale a Bocchetta Portule), in costa all’Arsenale e, a quota 1780 m, ci affacciamo sulla vastissima conca pascoliva di Malga Portule. Rivediamo poi l’ex Casara Portule di Sotto e continuiamo sulla carrareccia a tratti lastricata fino alla Selletta del Dubiello (1800 m): da qui ecco la vista della piana di Asiago, della cinta montuosa meridionale ed oltre. Dopo la curva si ritorna a scendere vedendo i costoni dello Zingarella e, giù nella valle, Malga Galmararetta. La strada piega sempre più a sinistra e raggiunge il Bivacco Busa del Molton, posto in una zona straordinariamente ricca di voragini, tra cui appunto quella del Molton, che con i suoi 92 m s’apre proprio sul ciglio della strada. Dopo qualche tornante riecco Malga di Galmarara.br>


3. DALLO SCOGLIO BIANCO ALLA MINA DELLA BOTTE
un’incursione nel cuore della Zona Alta, laddove la natura ovatta il passato


Durata: circa 4 ore;
Tappe del percorso (Sentiero 836 CAI): Bivio di Scoglio Bianco (1539 m), Tabela (1577 m), Casara le Busette (1537 m), Fontanello del Gallo (1815 m), Mina della Botte (1831 m);
Dislivello complessivo: 440 m;
Difficoltà: impegnativo il tratto d’avvicinamento;
Come arrivare alla partenza: da Asiago-centro si vada a Contrà Rigoni di sotto e si prenda la strada per Val Giardini che, dopo una serpentina, attacca decisamente la Puntara del Lom, supera la Croce di S. Antonio per raggiungere il Bivio di Scoglio Bianco. Qui si può lasciare l’auto.
Periodo consigliato: da luglio a settembre;
Cartografia consigliata: Sentieri, Altopiano dei Sette Comuni (1:25.000), Sezioni Vicentine del CAI, 2004.

Dal Bivio di Scoglio Bianco ci si avvia verso nord costeggiando la sottostante Val di Nos, ricca di boschi d’abete e faggio. Giunti alla Tabela (1577 m) si devia sulla mulattiera di destra, scendendo fino all’innesto con la carrareccia che sopraggiunge dalla Val di Nos e con quella proveniente dal Cimon di Fiara. Qui si piega a sinistra seguitando la valle, si passa accanto all’ex Casara delle Busette, nel vecchio pascolo inerbato (1537 m).

A trecento metri da qui si sale ancora a sinistra sul sentiero che tendendo sempre a nord-ovest va a raggiungere, con un dislivello di 350 metri circa, una galleria bellica assai ben conservata - il Fontanello del Gallo – che s’apre sotto lo Scoglio della Botte (1841 m). Alla volta della galleria è agganciata, più o meno come durante la Grande Guerra, una grondaia che versa l’acqua (freschissima) nella vasca situata all’ingresso. Già questo basta a riportarci al conflitto che coinvolse l’Altopiano (territorio e popolazione) in un disastro così immane da non essere mai più dimenticato. Del resto, quassù tutta l’area dello Scoglio e della Mina della Botte (con la zona limitrofa), oltre agli effetti dello scoppio, appare stracolma di resti bellici (trincee, postazioni, gallerie, manufatti di vario genere e ancora residuati) in buona parte assai evidenti e perciò eloquenti.

Perlustrando poi i versanti a nord – quelli a strapiombo, incombenti sulle Terre More - si può scoprire nell’assedio fittissimo dei mughi, l’imboccatura quasi verticale delle postazioni austriache (le feritoie delle mitragliatrici e del cannone oppure quelle, non molto discoste, dell’osservatorio) a controllo del bassopiano sottostante.
Dalla punta dello Scoglio si scorge, nello sfondo a nord-est, la bella piramide di Cima Caldiera, l’Ortigara, il M. Campanaro e via via il M. Campigoletti e il Forno. In basso e più ad est, negli slarghi verde chiaro dei boschi, s’intravede il pascolo degli Albi di Bosco secco e più in là la Malga omonima, attualmente in disuso.

La vegetazione della zona più elevata, marcatamente occupata dai mughi, appare comunque rigogliosa, compresa quella delle rocce (il rododendro peloso, l’aquilegia di Einsele, il giglio martagone e, più raramente il giglio rosso, i gambi rossi, la cicerbita alpina...). L’ampio invaso circostante risuona a volte del cupo richiamo del Corvo imperiale o dei versi schioccanti del Crociere e del Merlo dal collare.

Per il ritorno si può effettuare il giro attorno al rilievo della Mina della Botte fino al punto di ricongiungimento con il tratto dell’andata per poi ripeterlo oppure, appena al di sopra del Fontanello del Gallo, si può scegliere il sentiero diretto a sud che, inserendosi tra i Granari di Zingarella e il versante ovest del M. Colombara (e attraversando lembi di un vero e proprio “giardino” alpino!), va ad immettersi nella carrareccia proveniente dalla Tabela (alle Curve di Zingarella, nei pressi del cippo del capitano Guido Negri). Da qui si prosegue, subito a sinistra e poi a destra, fino a raggiungere in breve il posteggio dell’auto.


4. TRA CIMA DELLA CALDIERA E L’ORTIGARA
un pellegrinaggio ai luoghi sacri degli Alpini


Durata: 4-5 ore;
Tappe del percorso: Piazzale Lozze (o Passo Stretto, 1770 m), Chiesetta del Lozze (1920 m); versante nord-ovest di Cima della Campanella; versante sud-est del M. Campanaro (1995); Osservatorio Torino (2109 m); versante nord-est di Cima della Caldiera; Cima della Campanella (1889 m), Piazzale Lozze;
Dislivello (in salita): circa 360 m;
Avvertimenti: proteggersi dal sole, prudenza nei passaggi, munirsi di torcia elettrica;
Come arrivare alla partenza: da Gallio, passato il paese (sulla strada per Foza), si devia a sinistra risalendo la Valle di Campomulo e proseguendo in linea anche quando termina l’asfalto. Sulla strada sterrata si oltrepassa l’accesso alle due malghe contigue – Fiara e Mandrielle – e la deviazione per la Piana di Marcesina (a destra). Si continua ancora a lungo, si tralascia sulla destra la carrareccia per Malga Fossetta e, tenendosi sempre in linea, si arriva al Piazzale Lozze dove si posteggia.
Periodo consigliato: luglio-settembre;
Cartografia indicata: Sentieri, Altopiano dei Sette Comuni (1:25.000), Sezioni Vicentine del CAI, 2004.

Si supera la catena della vecchia mulattiera e si sale a serpentina, tra le pendici del M. Lozze e di Cima Campanella, fino alla Chiesetta del Lozze (con il tempietto ossario accanto). Da qui si può facilmente raggiungere la bianca Madonnina del Lozze che, collocata per consacrare ancor più il territorio circostante, invita ad una silenziosa commemorazione dell’incredibile ecatombe quassù avvenuta e alla riflessione.

Un po’ più su, scavalcata la selletta, si segue il sentiero di destra (verso Cima della Campanella) che va a costeggiare una profonda e ben visibile trincea.

Da qui lo sguardo può subito spaziare sull’intera plaga sommitale dell’Altopiano e soffermarsi dinanzi all’impressionante, maestosa successione di rilievi di roccia grigiastra, spesso nuda o interrotta dalle verdi chiazze dei mughi e dalle punte dei larici. Un paesaggio carsico imponente, ricco di vallette, di doline, di campi carreggiati, di massi erosi e di cavità sotterranee e, nel contempo, un territorio violentato e martoriato che una prodigiosa natura continua, seppur lentamente, a bonificare.

“Da sinistra a destra, emergono il Corno di Campobianco, la dorsale Arsenale - Colombarone - Corno di Campoverde con l’antistante cocuzzolo del M. Forno e, più vicina, la compatta schiera dei monti Chiesa, Campigoletti, Ortigara, sulla quale poggiava l’estrema linea di resistenza austroungarica; dietro il Chiesa ecco la sagoma piramidale di Cima Dodici (2336 m, massima elevazione del territorio vicentino) e, ancora a destra, le cime Undici, del Prà e Castelnuovo”.

Si prosegue in cresta in mezzo a intrichi di pino mugo e tendendo alla Cima della Caldiera. Alla quota di 1950 m si piega a destra, per scendere in una lunga depressione carsica con resti di manufatti bellici (muri semicrollati di baraccamenti dei soldati italiani). Più avanti, si supera il raccordo con il sentiero della Caldiera (1970 m) e ci si innalza fino al bivio di quota 1995 m, in vista delle trincee del M. Campanaro e della brulla gobba dell’Ortigara, “dalla roccia più chiara, quasi bianca, perché i bombardamenti l’hanno ridotta in tante piccole scaglie”.

Vi si intravede la “colonna mozza” degli Alpini di quota 2105 m (il cippo italiano eretto sulla cima principale) e a destra il cippo austriaco (2101 m). “Poi la cresta va giù e finisce in una piccola punta, la cosiddetta Quota 2003 m. Tutto il monte, nel giugno 1917, era occupato dagli austriaci. I comandi italiani decisero però che l’Ortigara andava conquistata ad ogni costo e ordinarono gli assalti. Ma per arrivarci bisognava prima scendere di corsa nel vallone qui sotto - il Vallone della morte – così chiamato dai soldati perché era sotto il tiro micidiale delle mitragliatrici austriache”.

Nell’insensata battaglia dell’Ortigara i comandi italiani sacrificarono inutilmente oltre ventimila soldati: ecco il perché dell’appellativo di “Calvario degli Alpini”.

Da quota 1995 m s’imbocca il sentiero che aggira una ben nota dolina – il Pozzo della Scala – in cui si raggruppavano le truppe prima dell’assalto e si “conquista” la Cima della Caldiera con la croce in vetta. Da quassù si domina la Valsugana lungimirando gli aspri profili dell’Adamello, delle Dolomiti del Brenta e l’infinita sequenza delle vette trentine. Si ritorna quindi sui propri passi e si discende la mulattiera sul fianco orientale della Caldiera, non senza ammirare le piccole-grandi meraviglie della flora alpina, i fiori di roccia quali i raponzoli, le tenaci sassifraghe (vedi la sassifraga autunnale e la sassifraga azzurra), la minuscola silene a cuscinetto, la veronica fruticosa (dai mirabili “occhi” d’intenso azzurro...

Due tornanti dopo, sulla sinistra, c’è la breve deviazione per l’Osservatorio Torino “una galleria pluridirezionata costruita dagli italiani per controllare di nascosto le mosse del nemico. Il panorama si apre ora verso la parte est dell’altopiano con le suggestive propaggini di Cima Incudine, Torin della Fossetta e Punta Molina strapiombanti sulla Valsugana”. Da qui si prende la mulattiera di destra per raggiungere una serie di caverne belliche, si oltrepassa la strettoia di quota 1970 e, aggirando la Cima della Campanella, si scende zigzagando al Piazzale Lozze.


5. AI CASTELLONI DI SAN MARCO
"il fiore all’occhiello" dell’Altopiano


Durata: 3-5 ore;
Tappe del percorso (sentiero CAI 845): Bivio Tiffgruba (1525 m), Malga Fossetta (1666), Bivio Busa dei Quaranta (1726 m), Castelloni di San Marco (1830 m), Bivio Tiffgruba; Dislivello totale: 300 m;
Avvertimenti: ai Castelloni muoversi con attenzione e prudenza (meglio con una guida) e munirsi di torcia elettrica;
Come arrivare alla partenza: da Gallio, si va alla deviazione per Valle di Campomulo e la si risale a lungo continuando in linea anche dopo il tratto asfaltato e sempre in direzione Ortigara. Si oltrepassa uno dopo l’altro l’accesso a Malga Fiara e a Malga Mandrielle e poi la carrareccia che sulla destra scende alla Piana di Marcesina. Procedendo ancora per un buon tratto si arriva al Bivio Tiffgruba, (in prossimità della strada per Malga Fossetta). Qui si può lasciare l’auto.
Periodo consigliato: luglio-settembre;
Cartografia consigliata: Sentieri, Altopiano dei Sette Comuni (1:25.000), Sezioni Vicentine del CAI, 2004.

Il percorso va ad attraversare una zona situata quasi all’estremo nord-est dell’altopiano e che fu abbastanza “rispettata” dalla devastazione e dagli sconvolgimenti della Grande Guerra. L’intero ambiente infatti appare più integro che altrove, con pascoli rigogliosi e maestose foreste di larici e abeti.

Il sentiero proposto inizia subito a salire verso nord e, come una scorciatoia, scavalca la strada della Malga Fossetta, la raggiunge, la supera e prosegue in linea lungo la valletta sottostante. A circa 250 m dalla malga ecco gli scavi e le tane delle marmotte. Dopo il pascolo si penetra i boschi tra i larici, gli abeti, i primi mughi e i canti degli uccelli nidificanti (fringuelli, luì, ciuffolotti, cince...). Fiori caratteristici in abbondanza: genzianelle, timo, vulneraria, ambret ta, viola bifora e qualche “rampante” clematide alpina.

Si costeggiano delle doline e bucolici tratti a rododendri, eriche e ginepri nani, passando spesso sotto a costoni rocciosi con i mughi a drappo. Tutto l’ambiente appare sempre più tipico e avvincente sia per il paesaggio rupestre che per la vegetazione che si diversifica via via (rosa alpina, giglio martagone, imperatoria, uva di volpe, botton d’oro, aconito ecc.). Giunti al bivio di quota 1726 m, teniamo la destra (verso i Castelloni), a sinistra invece si va alla Busa dei Quaranta. Il percorso è, in pratica, un continuo saliscendi, con le manifestazioni carsiche maggiormente evidenti e frequenti (campi carreggiati e qualche piccola voragine recintata).

A quota 1700 m altro bivio e da qui si piega a destra, arrivando infine alla strettoia d’ingresso dei Castelloni (1808 m). Si penetra in trincee di roccia bianca molto anguste, preludio allo straordinario labirinto successivo, il “cuore” dei Castelloni di San Marco.

Nel tratto finale c’è da scegliere tra due possibilità: a sinistra si sale a visitare la parte alta (1825 m), dalla destra invece ci si può calare con la corda fissa sino all’entrata della Grotta Maggiore per salire poi (con l’altra corda) sulla sommità. Quassù, oltre ai pini silvestri e ai larici contorti si possono ammirare fiori caratteristici tra cui l’inconfondibile stella alpina, l’aquilegia di Einsele, la cicerbita alpina, l’ormino, la pinguicola alpina...

Tutto il sito è un museo a cielo aperto del fenomeno carsico sia superficiale che sotterraneo dell’Altopiano e offre una strabiliante gamma di forme, dalle più cospicue a quelle più modeste o in miniatura (vere e proprie cesellature). La bellezza delle rocce d’un biancore abbagliante, finemente modellate (forate, scolpite, scanalate...) da un’erosione millenaria, fanno del sito un luogo affascinante come pochi.
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